“Rap: le metropoli che hanno fatto vibrare il mondo”
Il rap non nasce come intrattenimento. Nasce come urgenza.
È una risposta viscerale a un mondo che non ascolta, un linguaggio costruito con ciò che c’è: una voce, un ritmo, una storia da raccontare prima che venga soffocata. Il rap è il suono di chi prende parola quando nessuno gliel’ha mai concessa.
All’inizio non c’erano palchi, né riflettori. C’erano cortili, scantinati, strade polverose e giradischi collegati a impianti improvvisati. Nel Bronx dei primi anni Settanta, tra incendi dolosi, povertà e segregazione sociale, la musica diventa un atto di sopravvivenza culturale. Qui il rap prende forma come racconto orale moderno: è il blues del cemento, il gospel delle periferie, la cronaca cruda di chi vive ai margini.
Il rap è immediatamente identità. Non canta favole, ma la realtà quotidiana: violenza, discriminazione, orgoglio, rivalsa, appartenenza. È una musica che non chiede di essere capita, ma rispettata. Ogni rima è una presa di posizione, ogni beat una dichiarazione d’esistenza. E soprattutto, il rap è collettivo: nasce nelle jam, nei block party, negli scontri verbali che diventano arte, trasformando la competizione in linguaggio creativo.
Con il tempo, questa voce locale diventa globale. Il rap attraversa confini geografici e culturali, ma non perde la sua funzione primaria: raccontare il presente. Cambiano i contesti, cambiano i suoni, ma il cuore resta lo stesso. Negli Stati Uniti si evolve in mille correnti – politiche, gangsta, introspettive, sperimentali – mentre nel Regno Unito assorbe l’urgenza delle periferie multietniche dando vita al grime, più ruvido e nervoso. In Italia, invece, il rap diventa un diario generazionale: prima timido, poi sempre più diretto, fino a imporsi come linguaggio dominante delle nuove generazioni.
Il rap è anche contraddizione. È denuncia e successo, strada e industria, purezza e compromesso. Può essere poesia altissima o slogan brutale, riflessione profonda o istinto primordiale. Ma proprio in questa tensione costante risiede la sua forza. Il rap non si cristallizza: si trasforma, perché il mondo intorno cambia e lui cambia con lui.
Raccontare la storia del rap significa raccontare le città, le epoche, le ferite sociali e le rinascite culturali. Significa seguire un filo che unisce tre continenti, tre lingue, tre modi diversi di affrontare la stessa esigenza: farsi sentire.
Questa non è solo una storia musicale. È la storia di una voce che, una volta accesa, non ha mai più smesso di parlare.
La scena americana: dove tutto ha avuto inizio
La scena rap americana non è solo il punto di partenza del genere: è la sua spina dorsale emotiva e culturale. Tutto nasce come espressione locale, ma finisce per diventare un linguaggio universale. Negli Stati Uniti il rap cresce insieme alle città, ne assorbe le tensioni, le trasformazioni, le contraddizioni. È una musica che fotografa il tempo reale, senza filtri.
Negli anni ’70, nel Bronx, il rap è ancora un rito comunitario. Non esistono star, esistono voci. I primi MC sono narratori, animatori, custodi del ritmo. Il microfono non serve per cantare, ma per tenere insieme la folla, per dare identità a una comunità frammentata. In questa fase il rap è festa, resistenza culturale, alternativa alla violenza.
Gli anni ’80 segnano la prima mutazione: il rap entra nei dischi, nelle radio, nelle classifiche. Nasce la cosiddetta "Golden Age", un periodo di enorme fertilità creativa. Qui il rap diventa consapevole del proprio potere. Artisti come Run-D.M.C. portano il genere fuori dai quartieri, rompendo le barriere tra rap, rock e cultura pop. Parallelamente, figure come Public Enemy trasformano il rap in un’arma politica: i testi diventano manifesti, le basi martellanti accompagnano messaggi di denuncia sociale, identitaria, razziale.
Negli anni ’90 il rap americano si spacca – e proprio per questo esplode. Da una parte la East Coast, più lirica, complessa, legata alla parola; dall’altra la West Coast, più cinematografica, cruda, viscerale. È l’epoca delle grandi narrazioni urbane, dei conflitti simbolici, delle icone immortali. Il rap racconta la strada senza romanticizzarla: droga, violenza, successo, paranoia, ambizione. Diventa specchio deformante ma sincero dell’America urbana.
Con l’ingresso nei 2000, il rap cambia pelle senza perdere centralità. Diventa industria, ma anche introspezione. Si apre alla sperimentazione, all’elettronica, al soul, al pop. Racconta il lusso e il vuoto che spesso lo accompagna, il successo come riscatto ma anche come trappola. Il rapper non è più solo il cronista del quartiere: è un imprenditore, un artista totale, una figura culturale centrale.
Negli ultimi quindici anni la scena americana si frammenta ulteriormente, ma non si indebolisce. Anzi. Trap, conscious rap, drill, alternative hip-hop convivono. Il rap domina le classifiche mondiali perché riesce ancora a fare ciò che ha sempre fatto meglio di chiunque altro: interpretare il presente. Che parli di trauma personale, identità razziale, depressione, fama o alienazione digitale, la voce resta autentica, anche quando è scomoda.
La scena americana è questo: un organismo vivo, in continua mutazione. Non un genere statico, ma una narrazione collettiva che attraversa decenni, città e generazioni. Tutto il resto – UK, Italia, mondo – nasce da qui. Ma non come copia: come eco che trova, ogni volta, una propria voce.
New York – La parola come fondamento
New York City non è solo il luogo in cui il rap nasce: è il posto in cui impara a parlare davvero.
Qui la parola non è un accessorio del beat, ma il suo cuore pulsante. Il rap newyorkese è costruzione, ritmo interno, precisione. È un’arte che prende forma come racconto urbano, dove ogni rima è una scelta e ogni pausa ha un significato.
Negli anni ’70 e primi ’80, il rap è ancora orale, performativo. Gli MC animano le feste, tengono viva l’energia. Ma presto New York capisce che quella voce può diventare memoria collettiva. Quando il rap entra su vinile, la città gli insegna a essere eterno.
Il primo grande successo avviene con Grandmaster Flash & The Furious Five, che nel 1982 pubblicano The Message. Non è solo una canzone: è una dichiarazione di intenti. Per la prima volta il rap smette di parlare di sé e inizia a parlare del mondo intorno.
Brano iconico: The Message
Brani iconici: It’s Like That, Walk This Way
Parallelamente, i Public Enemy trasformano il rap in arma politica. Chuck D è un oratore, non solo un rapper. Le basi sono rumorose, caotiche, aggressive: come la realtà che raccontano.
Brani iconici: Fight the Power, Bring the Noise
Ma è con Rakim che New York cambia per sempre il modo di scrivere rap. Con Eric B., Rakim introduce un flow rivoluzionario: interno, complesso, fluido. Dopo di lui, niente sarà più semplice.
Brano iconico: Paid in Full
Negli anni ’90 New York diventa mitologia. Il rap si fa narrativo, cinematografico, profondamente umano. Nas pubblica Illmatic (1994), un album che è ancora oggi considerato un manuale di scrittura rap. Le strade del Queensbridge diventano poesia urbana.
Brani iconici: N.Y. State of Mind, The World Is Yours
Accanto a lui, The Notorious B.I.G. racconta New York da un’altra prospettiva: quella del sogno, del lusso, della contraddizione. Il suo flow è caldo, naturale, magnetico. Biggie rende il rap intimo e universale allo stesso tempo.
Brani iconici: Juicy, Big Poppa
Negli stessi anni emerge Wu-Tang Clan, collettivo che ridefinisce l’estetica del rap newyorkese. Crudi, oscuri, spirituali, portano il rap in una dimensione quasi mistica, fatta di metafore, filosofia orientale e street knowledge.
Brani iconici: C.R.E.A.M., Protect Ya Neck
Con l’ingresso nei 2000, New York cambia pelle ma non perde identità. Jay-Z incarna la trasformazione: dalla strada all’impero. Il rap diventa impresa, ma resta racconto personale. Jay-Z è il ponte tra underground e mainstream, tra hustle e introspezione.
Brani iconici: Hard Knock Life (Ghetto Anthem), Empire State of Mind
New York è questo: la capitale della parola.
Una città che ha insegnato al rap a scrivere, a pensare, a costruire immaginari complessi. Anche quando il suono globale si sposta altrove, New York resta il luogo in cui il rap torna sempre a cercare senso, profondità e verità. Perché qui, prima di tutto, il rap ha imparato a dire qualcosa che valesse la pena ascoltare.
Los Angeles – Il cinema della strada
Los Angeles è il punto in cui il rap smette di essere solo racconto e diventa immagine in movimento.
Se New York è la parola scritta, Los Angeles è la scena girata in presa diretta. Qui il rap è cinema urbano: sole accecante, asfalto bollente, sirene in lontananza. Non c’è metafora che tenga, perché la realtà è già abbastanza estrema.
Negli anni ’80 la West Coast prende coscienza della propria voce. Los Angeles è una città segnata da tensioni razziali, brutalità della polizia, gang warfare. Il rap diventa testimonianza, quasi un reportage sonoro. Non nasce per provocare, ma per raccontare ciò che accade quando nessuno guarda.
Il primo grande manifesto arriva con N.W.A.. "Straight Outta Compton" non è solo un album: è una bomba culturale. Ice Cube, Eazy-E e Dr. Dre raccontano Compton senza filtri, senza morale, senza paura. Il gangsta rap nasce qui, non come glorificazione, ma come cronaca brutale della strada.
Brani iconici: Straight Outta Compton, Fuck tha Police
Con Dr. Dre il rap di Los Angeles trova anche una sua identità sonora definitiva. Il G-funk è caldo, lento, ipnotico, influenzato dal funk anni ’70. È il suono della West Coast che conquista il mondo senza rinunciare alla durezza dei contenuti.
Brani iconici: Nuthin’ but a “G” Thang, Still D.R.E.
Negli anni ’90 Los Angeles diventa il teatro di una delle figure più complesse della storia del rap: Tupac Shakur. Tupac è rabbia e poesia, strada e introspezione, politica e vulnerabilità. Nei suoi testi convivono violenza e amore, disperazione e speranza. È il rapper che rende il gangsta rap profondamente umano.
Brani iconici: California Love, Changes
Accanto a questa narrazione dura e senza sconti, Los Angeles sviluppa però anche un’altra faccia, spesso dimenticata ma altrettanto rivoluzionaria: quella del rap accessibile, narrativo, cinematografico in senso pop.
È qui che entra in scena Will Smith.
Prima di diventare una star di Hollywood, Will Smith è stato uno dei primi rapper capaci di portare il rap nelle case di famiglie, radio mainstream e televisioni di massa, senza rinnegare la cultura hip-hop. Con uno stile pulito, ironico, narrativo, ha dimostrato che il rap poteva essere storytelling, intrattenimento e cultura pop allo stesso tempo.
Will Smith rappresenta un’idea diversa di West Coast: meno violenta, più solare, ma comunque profondamente urbana. I suoi brani sono piccoli film: personaggi, dialoghi, situazioni riconoscibili. È rap che racconta storie, spesso con leggerezza, ma con grande intelligenza comunicativa.
Brani iconici: Man In Black, Summertime, Gettin’ Jiggy wit It
Chiude il cerchio Snoop Dogg, che porta un’attitudine più rilassata, ironica, quasi celebrativa. Il suo flow è morbido, il racconto diventa lifestyle, ma resta legato alla strada.
Brani iconici: Gin and Juice, Who Am I (What’s My Name?)
Negli anni più recenti, l’eredità di Los Angeles viene raccolta e trasformata da Kendrick Lamar, che unisce lirica, politica e visione cinematografica, riportando Compton al centro del discorso culturale globale.
Brani iconici: m.A.A.d city, Alright
Los Angeles ha insegnato al rap una verità fondamentale: la strada può essere raccontata in mille modi diversi.
Può essere brutale o ironica, violenta o luminosa, tragica o leggera. Gangsta rap e storytelling pop convivono perché fanno parte della stessa città, della stessa cultura. Ed è proprio questa pluralità a rendere Los Angeles uno dei pilastri eterni della storia del rap.
Detroit – La mente come campo di battaglia
Detroit non è solo una città: è uno stato mentale.
Se New York ha insegnato al rap a scrivere e Los Angeles a mostrarsi, Detroit gli ha insegnato a scavare dentro sé stesso. Qui il rap non nasce dal mito, ma dalla frattura. Non racconta il sogno americano: ne espone il fallimento.
Detroit è la città delle fabbriche chiuse, della deindustrializzazione, del silenzio dopo il rumore. È un luogo dove il futuro sembra sempre rimandato, e proprio per questo il rap diventa sfogo, rabbia, autopsia emotiva. Qui la strada non è glamour, è grigia. E la mente diventa l’unico vero campo di battaglia.
Il rap di Detroit esplode tardi rispetto ad altre città, ma quando lo fa, cambia le regole.
Il punto di rottura ha un nome preciso: Eminem.
Eminem non è solo un rapper: è una frattura storica. Porta nel rap mainstream una narrazione mai vista prima: quella della white trash America, della povertà bianca, del disagio mentale, della vergogna, dell’odio verso sé stessi. Lo fa senza chiedere permesso, con una tecnica lirica spietata, chirurgica, devastante.
Con "The Slim Shady LP" e "The Marshall Mathers LP", Eminem trasforma il rap in psicoanalisi violenta. I suoi testi sono flussi di coscienza, confessioni disturbanti, urla soffocate. Non cerca empatia: cerca verità.
Brani iconici: My Name Is, The Way I Am, Stan
"Stan" in particolare segna un punto di non ritorno: il rap diventa narrazione psicologica, racconto profondo del rapporto tra artista, pubblico e ossessione. Nessuno aveva mai spinto così lontano l’introspezione nel rap mainstream.
Ma Detroit non è solo Eminem. È una scena che cresce intorno a lui e grazie a lui, mantenendo però un’identità coerente: dura, tecnica, autentica.
Con D12, Eminem riporta l’energia del freestyle e del collettivo, mostrando il lato più crudo, ironico e street della città.
Brani iconici: Fight Music, Purple Pills
Parallelamente emerge Royce da 5'9", forse il rapper più sottovalutato della sua generazione. Royce rappresenta la Detroit tecnica, riflessiva, adulta. I suoi testi sono maturi, consapevoli, politicamente lucidi.
Brani iconici: Boom, Caterpillar
Detroit è anche il luogo in cui il rap torna a essere abilità pura. Qui contano il flow, la metrica, la precisione. Non c’è spazio per l’estetica fine a sé stessa: se non sei credibile, vieni smontato. È una città che non perdona, e proprio per questo forgia artisti solidissimi.
A differenza di Los Angeles o Atlanta, Detroit non genera una moda. Genera coscienza. Il suo rap non è pensato per piacere, ma per resistere. È musica che nasce dall’urgenza di dire qualcosa prima che imploda dentro.
Detroit ha insegnato al rap una lezione fondamentale:
non serve essere cool, ricchi o invincibili.
A volte basta essere onesti fino a farsi male.
Ed è per questo che, ancora oggi, quando il rap diventa introspettivo, feroce, mentalmente disturbante, sta parlando in qualche modo la lingua di Detroit.
Atlanta – Il Sud che diventa centro
Atlanta è il momento in cui il rap smette definitivamente di avere una sola capitale.
Con Atlanta, il baricentro si sposta verso Sud e il rap capisce una cosa fondamentale: può reinventarsi senza chiedere il permesso a nessuno.
Per anni il Southern rap è stato guardato con sufficienza, considerato meno tecnico, meno “autentico”. Atlanta ribalta tutto. Qui il rap non nasce dall’opposizione a East o West Coast, ma dalla libertà creativa. È una scena che non ha paura di mescolare, di sperimentare, di sbagliare.
Il primo vero manifesto arriva con Outkast.
Quando André 3000 e Big Boi salgono sul palco ai Source Awards del 1995 dichiarando “The South got something to say”, non stanno facendo una provocazione: stanno annunciando una nuova era.
Outkast trasformano Atlanta in un laboratorio sonoro. Funk, soul, psichedelia, elettronica, introspezione: tutto convive. Il rap diventa arte totale, non più solo cronaca o denuncia. È identità, stile, visione.
Brani iconici: ATLiens, Rosa Parks, Ms. Jackson, Hey Ya!
André 3000 porta nel rap vulnerabilità, eccentricità, poesia. Big Boi mantiene il legame con la strada, il groove, la concretezza. Insieme dimostrano che il rap può essere profondo senza essere cupo, pop senza essere vuoto.
Negli anni 2000 Atlanta diventa una fabbrica di suoni. Qui nasce il concetto moderno di hit rap: melodie, hook memorabili, beat riconoscibili. Ludacris incarna il lato più diretto e comunicativo della scena: energia, ironia, tecnica, presenza scenica.
Brani iconici: Stand Up, Move Bitch
Ma è con la trap che Atlanta cambia per sempre la storia del rap globale. La trap non è solo un sottogenere: è un linguaggio emotivo. Racconta l’hustle, la sopravvivenza, la ciclicità della povertà. Il beat diventa ipnotico, minimale, ossessivo.
Il padre simbolico è T.I., che dà un nome e una forma a questo suono.
Brani iconici: 24’s, What You Know
Accanto a lui, Gucci Mane rappresenta l’anima più grezza e autentica: prolifico, diretto, reale. È il collante tra underground e mainstream.
Brani iconici: Lemonade, Icy
Negli anni 2010 Atlanta diventa il centro del mondo rap. Da qui partono suoni e stili che conquistano ogni classifica globale. Future porta la trap su un piano emotivo e tossico, trasformando il dolore in atmosfera.
Brani iconici: Mask Off, March Madness
Con Young Thug, Atlanta rompe anche le barriere di genere, flow e identità. Il rap diventa liquido, imprevedibile, sperimentale.
Brani iconici: Best Friend, Lifestyle
Atlanta non impone uno stile unico: genera possibilità. È una città che produce artisti diversissimi tra loro, ma uniti dalla stessa libertà espressiva. Qui il rap non deve dimostrare nulla: esiste, evolve, domina.
Atlanta ha insegnato al rap una lezione definitiva:
non serve difendere una tradizione se puoi crearene una nuova ogni dieci anni.
Ed è per questo che oggi, ovunque nel mondo si faccia rap, in qualche modo si sta parlando la lingua nata qui.
Miami è un’anomalia nella storia del rap.
Non nasce dalla parola, non nasce dalla protesta esplicita, non nasce nemmeno dal confronto diretto con le altre coste.
Miami nasce dal corpo.
Qui il rap non chiede attenzione: si fa sentire.
Negli anni ’80, mentre New York costruisce il linguaggio e Los Angeles la mitologia, Miami sviluppa un’identità autonoma fondata su un elemento chiave: il basso. Profondo, ossessivo, fisico. È il battito cardiaco della città.
Il Miami Bass: rap come impatto sonoro
Il primo grande contributo di Miami alla cultura hip hop è il Miami Bass, un suono pensato per le auto, per i club, per i block party.
I testi sono diretti, spesso espliciti, provocatori. Ma il centro non è il messaggio: è l’energia.
Gruppi come 2 Live Crew rompono ogni tabù, portando il rap nei tribunali prima ancora che nelle classifiche.
Brani iconici: Me So Horny, Pop That Pussy
Accanto a loro, figure come DJ Magic Mike e Afrika Bambaataa (con il suo influsso electro-funk) contribuiscono a rendere Miami un laboratorio sonoro più che narrativo.
Miami dimostra che l’hip hop può esistere senza spiegarsi, può essere istinto puro, movimento, volume.
Negli anni ’90 e primi 2000, la scena evolve. Il basso resta, ma entra la strada.
Il rap di Miami inizia a raccontare il quartiere, la sopravvivenza, la realtà del Sud, mantenendo però una musicalità accessibile.
Trick Daddy è la voce più rappresentativa di questo passaggio: ruvido, sincero, profondamente locale.
Brani iconici: Nann Nigga, Let’s Go
Con gli anni 2000 Miami entra definitivamente nel mainstream globale.
Qui il rap incontra il lusso, l’eccesso, l’estetica del successo.
Rick Ross costruisce un immaginario fatto di potere, ricchezza e controllo. La sua voce profonda sembra provenire direttamente dal basso che ha sempre definito la città.
Brani iconici: Hustlin’, B.M.F.
Parallelamente, Pitbull porta Miami nel mondo, fondendo rap, pop e ritmi latini. Non è più solo hip hop: è intrattenimento globale.
Brani iconici: Culo, I Know You Want Me
Miami non ha mai voluto essere la capitale morale del rap.
Il suo ruolo è un altro: ricordare che l’hip hop è anche fisicità, suono, ripetizione, piacere.
Se New York ha dato al rap una lingua,
se Los Angeles gli ha dato un immaginario,
se Atlanta gli ha dato libertà,
Miami gli ha dato un battito.
Un battito che ancora oggi vibra sotto ogni subwoofer, in ogni club, in ogni hit che mette il ritmo prima della parola.
CHICAGO – La città che ascolta
Chicago è sempre stata una città che ascolta prima di parlare.
Nella storia del rap non ha mai urlato la propria centralità, non ha mai imposto una bandiera. È rimasta ai margini delle coste, in uno spazio geografico e culturale che l’ha resa libera di cercare una voce propria.
Negli anni ’90, mentre New York definisce il canone e Los Angeles costruisce il mito, Chicago lavora in profondità. Qui il rap non nasce come sfida né come spettacolo, ma come riflessione. È una musica che si interroga, che osserva, che prova a capire.
Con Common, il rap di Chicago assume una forma rara: colta, consapevole, profondamente umana. I suoi testi parlano di identità, amore, comunità, responsabilità. Non c’è bisogno di alzare la voce per essere radicali.
Brani iconici: I Used to Love H.E.R., Resurrection
Accanto a questa dimensione introspettiva, Chicago sviluppa un’attenzione quasi maniacale per la tecnica.
Twista trasforma il flow in strumento, la velocità in linguaggio. Dimostra che il rap può essere controllo assoluto del tempo, precisione, disciplina.
Brani iconici: Mista Tung Twista, Po Pimp
In questa fase Chicago non cerca visibilità. Sta costruendo un terreno emotivo e stilistico che permetterà, anni dopo, una frattura vera.
Quando all’inizio dei 2000 emerge Kanye West, non arriva dal nulla. Arriva da una città che ha già imparato a pensare il rap come spazio interiore. Kanye prende quell’eredità e la espone al mondo. Porta dubbi, fede, ambizione e fragilità nel centro del mainstream.
Brani iconici: Stronger, Flash light
Chicago diventa così il luogo in cui il rap smette di fingere invincibilità. Può essere vulnerabile, contraddittorio, emotivo. Può parlare di successo e fallimento nello stesso verso.
Ma la città non si ferma lì. Le sue contraddizioni continuano a generare nuove forme.
Negli anni successivi, da quelle stesse strade nasce anche la drill, un suono freddo, ripetitivo, spietato. Con Chief Keef, il rap torna a essere cronaca cruda, priva di mediazione.
Brani iconici: I Don’t Like, Love Sosa
È come se Chicago mostrasse entrambe le estremità della stessa ferita: introspezione e violenza, spiritualità e nichilismo, melodia e gelo.
Chicago non offre una soluzione.
Offre verità multiple.
Se New York ha dato al rap le parole,
se Los Angeles gli ha dato l’immaginario,
se Atlanta gli ha dato la libertà,
Chicago gli ha dato il coraggio di sentire.
Ed è per questo che, anche senza proclamarsi capitale, Chicago resta una delle città più decisive nella storia dell’hip hop:
una città che non parla per dominare, ma per capirsi.
Quando il rap smette di essere un luogo
Il rap nasce in un punto preciso, ma non ci resta mai troppo a lungo.
Ogni città che lo ha accolto lo ha trasformato, piegato, rimesso in discussione.
Non esiste una traiettoria lineare, né una vera successione di capitali: esistono passaggi di testimone emotivi.
C’è stato il tempo della parola, quello in cui il rap ha imparato a nominare il mondo.
Poi è arrivato il tempo dell’immaginario, della narrazione più grande della vita stessa.
Il tempo della ferita, della libertà, del corpo, dell’introspezione.
Ogni scena ha aggiunto un livello, non ha mai cancellato la precedente.
Ed è forse questo il segreto della sua longevità: il rap non sostituisce, accumula.
Tiene insieme denuncia e intrattenimento, spiritualità e rabbia, tecnica e istinto.
Può essere confessione o minaccia, festa o silenzio. A volte tutto nello stesso brano.
Oggi il rap è ovunque perché non appartiene più a un luogo preciso.
Ma ogni volta che lo ascolti davvero, sotto il beat, sotto la voce, sotto l’estetica,
si sente ancora il rumore delle città che lo hanno fatto crescere.
Il rap non è solo musica.
È memoria urbana, è linguaggio del presente, è una forma di verità che cambia pelle senza perdere il battito.
E finché ci saranno storie da raccontare, corpi che si muovono, ferite da nominare e identità da reinventare,
il rap continuerà a fare quello che ha sempre fatto meglio:
dire il mondo prima che il mondo sappia come dirsi.







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