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“Rap: le metropoli che hanno fatto vibrare il mondo”

 Il rap non nasce come intrattenimento. Nasce come urgenza . È una risposta viscerale a un mondo che non ascolta, un linguaggio costruito con ciò che c’è: una voce, un ritmo, una storia da raccontare prima che venga soffocata. Il rap è il suono di chi prende parola quando nessuno gliel’ha mai concessa. All’inizio non c’erano palchi, né riflettori. C’erano cortili, scantinati, strade polverose e giradischi collegati a impianti improvvisati. Nel Bronx dei primi anni Settanta, tra incendi dolosi, povertà e segregazione sociale, la musica diventa un atto di sopravvivenza culturale. Qui il rap prende forma come racconto orale moderno: è il blues del cemento, il gospel delle periferie, la cronaca cruda di chi vive ai margini. Il rap è immediatamente identità . Non canta favole, ma la realtà quotidiana: violenza, discriminazione, orgoglio, rivalsa, appartenenza. È una musica che non chiede di essere capita, ma rispettata. Ogni rima è una presa di posizione, ogni beat una dichiarazione...

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