David Bowie: L’uomo che ha insegnato alla musica a cambiare pelle
Raccontare David Bowie non significa semplicemente ripercorrere la carriera di un grande musicista. Significa entrare in un universo fatto di trasformazioni, identità fluide, visioni future e ritorni al passato. Bowie non ha mai seguito il tempo: lo ha piegato, anticipato, talvolta confuso. Ogni suo disco è stato una porta aperta su un mondo diverso, ogni personaggio una maschera necessaria per raccontare qualcosa di più profondo.
In oltre cinquant’anni di carriera, Bowie ha attraversato generi, stili e decenni senza mai restare fermo. Glam rock, soul, elettronica, pop, sperimentazione: tutto è passato dalla sua voce, ma nulla è rimasto uguale dopo di lui. Più che un artista, Bowie è stato un processo creativo continuo, un racconto in divenire che ha accompagnato intere generazioni.
Questa non è solo la storia di un musicista, ma di un uomo che ha fatto del cambiamento la propria casa. Un viaggio che inizia nella Londra del dopoguerra, molto prima delle stelle, dei fulmini sul volto e delle rockstar venute dallo spazio.
1.Nascere David Jones, immaginare Bowie (1947–1966)
David Robert Jones nasce l’8 gennaio 1947 a Brixton, nel sud di Londra, in un’Inghilterra che porta ancora addosso le ferite della guerra. È un contesto grigio, quotidiano, lontano anni luce dall’universo visionario che Bowie costruirà più avanti. Eppure è proprio in questo scenario ordinario che prende forma la sua prima, silenziosa rivoluzione personale.
La famiglia si trasferisce presto a Bromley, una periferia londinese che offre poco in termini di stimoli, ma molto in termini di immaginazione. Bowie cresce come un bambino curioso, attratto dall’arte in tutte le sue forme. La musica americana entra presto nella sua vita: Elvis Presley, Little Richard, il rhythm & blues. Non sono solo canzoni, ma immagini di libertà, identità alternative, possibilità di essere altro rispetto a ciò che si è.
A tredici anni riceve un sassofono e con quello arriva la consapevolezza che la musica può diventare un linguaggio personale. Studia, ascolta, imita, ma soprattutto osserva. In quegli anni un incidente durante una lite scolastica gli provoca una pupilla permanentemente dilatata. Il suo sguardo diventa asimmetrico, magnetico, diverso. Senza saperlo, Bowie sta già trasformando una fragilità in un segno distintivo.
Durante l’adolescenza entra e esce da numerosi gruppi beat e R&B, muovendosi nella scena underground londinese dei primi anni Sessanta. Nulla sembra mai bastargli davvero. Ogni esperienza è una prova, un tentativo, un laboratorio. Parallelamente si avvicina al teatro, al mimo e alla performance, studiando con Lindsay Kemp. Qui matura un’intuizione fondamentale che segnerà tutta la sua carriera: la musica non deve essere solo ascoltata, ma anche incarnata, mostrata, vissuta.È in questo periodo che abbandona definitivamente il nome David Jones e sceglie David Bowie. Non è una semplice scelta artistica, ma un atto di autodeterminazione. Bowie capisce che il nome è già racconto, identità, possibilità di trasformazione. Sta imparando a costruire se stesso come un’opera in continuo divenire.
Alla fine del 1966 Bowie non è ancora una star. Non ha ancora scritto il brano che lo renderà celebre, né creato i personaggi che lo renderanno immortale. Ma ha già qualcosa di essenziale: una visione chiara del fatto che l’arte, per lui, sarà sempre movimento, metamorfosi e libertà. Tutto il resto arriverà di conseguenza.
2. I primi passi e la scoperta dello spazio (1967–1969)
Alla fine degli anni Sessanta David Bowie è un artista in cerca di una direzione precisa. Ha accumulato esperienze, suonato in diverse band, studiato teatro e performance, ma non ha ancora trovato una voce riconoscibile. Nel 1967 pubblica il suo primo album, "David Bowie". È un disco ancora acerbo, influenzato dal folk e dal pop britannico dell’epoca, che passa quasi inosservato. Non è un fallimento clamoroso, ma nemmeno una rivelazione. È, piuttosto, un punto di partenza.Bowie capisce che la musica, da sola, non basta. Continua a sperimentare, a scrivere, a osservare il mondo che cambia intorno a lui. Sono anni di fermento culturale, di nuove libertà, di sogni spaziali. La corsa allo spazio non è solo una competizione politica, ma una metafora potente di isolamento, distanza, desiderio di evasione. Bowie ne rimane profondamente affascinato.
Nel 1969 tutto converge in una canzone. “Space Oddity” nasce quasi per caso, ma intercetta perfettamente lo spirito del tempo. Il racconto dell’astronauta Major Tom, sospeso nello spazio e progressivamente scollegato dalla Terra, è semplice solo in apparenza. In realtà parla di solitudine, di perdita di controllo, di distacco emotivo. È una canzone moderna, malinconica, diversa da tutto ciò che passa in radio in quel momento.
La coincidenza con lo sbarco dell’Apollo 11 sulla Luna amplifica l’impatto del brano. “Space Oddity” diventa un successo immediato nel Regno Unito e porta per la prima volta David Bowie all’attenzione del grande pubblico. Non è ancora una star, ma non è più un esordiente invisibile. Ha trovato una chiave narrativa che lo distingue: usare la fantascienza per parlare dell’essere umano.L’album "Space Oddity" consolida questo passaggio. Bowie inizia a costruire un immaginario coerente, in cui musica, parole e immagini dialogano tra loro. Major Tom non è solo un personaggio, ma il primo vero simbolo del suo universo creativo. È l’inizio di una lunga serie di alter ego che userà per raccontare parti diverse di sé.
Alla fine del 1969 Bowie non ha ancora un’identità definitiva, ma ha finalmente compreso una cosa fondamentale: il suo talento non sta nell’aderire a un genere, bensì nel creare mondi. Con “Space Oddity” ha aperto la porta. Nei primi anni Settanta non farà altro che spalancarla.
3. La nascita dell’artista consapevole (1970–1971)
All’inizio degli anni Settanta David Bowie non è più un esordiente, ma non è ancora una star. È in una terra di mezzo fatta di dubbi, ambizione e urgenza creativa. Dopo il successo di “Space Oddity” si trova improvvisamente sotto osservazione, con aspettative addosso e una domanda che lo accompagna ogni giorno: che artista vuole diventare davvero.Nel 1970 pubblica "The Man Who Sold the World". È un disco spiazzante, molto distante dal folk e dalla delicatezza del periodo precedente. Le chitarre diventano più pesanti, i testi più oscuri, le atmosfere più instabili. Bowie canta di alienazione, follia, identità spezzate. Anche l’immagine pubblica cambia: sulla copertina dell’album appare in abiti femminili, sfidando apertamente le convenzioni di genere. Non è una provocazione gratuita, ma il riflesso di una ricerca personale profonda, ancora confusa, ma già radicale.
In questo periodo la vita privata di Bowie è segnata da una crescente inquietudine. Il successo non lo ha reso più sicuro, ma più esigente con sé stesso. Si isola, scrive ossessivamente, osserva il mondo con uno sguardo sempre più distaccato. Brani come “The Man Who Sold the World” e “All the Madmen” sembrano parlare direttamente di questo stato mentale: personaggi disorientati, divisi, incapaci di riconoscersi.
In "Hunky Dory" Bowie smette di nascondersi dietro concetti astratti e inizia a raccontare se stesso in modo più diretto, pur senza rinunciare alla poesia. Celebra i suoi miti, come Andy Warhol, riflette sulla fama, sull’identità, sull’illusione del successo. Artisticamente è un punto di svolta: Bowie ha finalmente trovato la sua voce.
Anche sul piano personale, questo è un momento di ridefinizione. Bowie inizia a comprendere che la sua diversità non è un limite, ma una forza. L’ambiguità, la teatralità, il bisogno di trasformazione non sono elementi da controllare, ma da esaltare. È qui che prende forma l’idea che lo renderà immortale: creare personaggi per raccontare verità interiori.
Alla fine del 1971 David Bowie è pronto per il passo successivo. Ha affinato la scrittura, definito un’estetica, capito che la musica può diventare racconto totale. Tutto è pronto per la nascita di Ziggy Stardust. E, con lui, per la trasformazione definitiva di Bowie da artista promettente a icona culturale.
4. Ziggy Stardust e l’esplosione del mito (1972–1974)
Nel 1972 David Bowie compie il salto definitivo. Non si limita a pubblicare un nuovo disco: crea un universo. Con "The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars" nasce Ziggy, una rockstar aliena, androgina, fragile e carismatica, venuta sulla Terra per salvare l’umanità attraverso la musica. È un personaggio, ma è anche una lente attraverso cui Bowie racconta fama, desiderio, distruzione e solitudine.Ziggy non vive solo nei testi delle canzoni. Vive sul palco, nei vestiti, nei capelli arancioni, nel trucco pesante, nei gesti studiati. Bowie porta il teatro dentro il rock e rende ogni concerto una performance totale. Brani come “Starman”, “Moonage Daydream” e “Rock ’n’ Roll Suicide” diventano manifesti generazionali. Il pubblico resta spiazzato, affascinato, spesso scandalizzato. Bowie diventa improvvisamente qualcosa di più di un musicista: diventa un simbolo di libertà e ambiguità.
Nel frattempo, la vita privata inizia a confondersi pericolosamente con la finzione. Bowie vive intensamente il personaggio, quasi a tempo pieno. Ziggy lo protegge, ma allo stesso tempo lo consuma. Il successo è rapido, travolgente. Tour, interviste, attenzione mediatica costante. Bowie inizia a rendersi conto che la maschera rischia di prendere il sopravvento sull’uomo.Nel 1973 pubblica "Aladdin Sane", spesso definito “Ziggy goes to America”. È un disco nervoso, frammentato, specchio di un artista sotto pressione. Il celebre fulmine dipinto sul volto diventa una delle immagini più iconiche della storia della musica. Musicalmente Bowie sperimenta, si contamina, assorbe il caos della società americana. La fama è ormai globale, ma l’equilibrio personale si incrina.
Con "Pin Ups" (1973), album di cover, Bowie guarda indietro alle sue radici musicali, quasi a prendersi una pausa creativa. Ma è con Diamond Dogs (1974) che inizia la transizione verso qualcosa di nuovo. L’album è oscuro, distopico, ispirato a George Orwell e a un futuro decadente. Ziggy è ormai morto, ma il tema della fine dei miti è più presente che mai.Sul palco, nel luglio del 1973, Bowie annuncia a sorpresa l’addio di Ziggy Stardust. Non è solo la fine di un personaggio, ma un gesto di sopravvivenza artistica. Bowie capisce che per continuare a creare deve distruggere ciò che lo ha reso famoso.
Alla fine del 1974 David Bowie è una star mondiale, ma anche un uomo consapevole del pericolo della propria creazione. Ha imparato che il successo può essere una prigione e che reinventarsi non è una scelta, ma una necessità vitale. Il prossimo passo lo porterà ancora più lontano, verso l’America, il soul e una nuova metamorfosi.
5. America, soul e il Thin White Duke (1975–1976)
Dopo aver sepolto Ziggy Stardust, David Bowie sente il bisogno di cambiare ancora. Lascia alle spalle il glam rock britannico e guarda all’America, in particolare a New York e Los Angeles. È attratto dalla musica nera, dal soul, dal funk, ma anche da un’idea di successo più ampia, più pericolosa. Questo spostamento geografico coincide con uno dei periodi più instabili della sua vita personale.Nel 1975 pubblica "Young Americans", un disco che sorprende tutti. Bowie abbandona chitarre glam e atmosfere spaziali per immergersi in un soul elegante, filtrato attraverso il suo sguardo europeo. Lui stesso lo definirà “plastic soul”, consapevole della distanza culturale ma anche del rispetto verso quel linguaggio musicale. L’album contiene “Fame”, scritto insieme a John Lennon e Carlos Alomar, che diventa la sua prima vera hit numero uno negli Stati Uniti. È il momento in cui Bowie conquista definitivamente il mercato americano.
Il successo, però, ha un prezzo. Durante questo periodo Bowie vive in modo ossessivo, isolato, spesso preda di paranoia e dipendenze. La vita privata si fa fragile, frammentata, e la musica diventa al tempo stesso rifugio e specchio del suo stato mentale. È in questo clima che nasce Station to Station (1976), uno dei dischi più complessi e affascinanti della sua carriera.
"Station to Station" introduce il Thin White Duke, un personaggio elegante, distante, quasi disumanizzato. Musicalmente il disco è una transizione: parte dal soul di "Young Americans" e guarda già all’elettronica e alla sperimentazione che verranno. Brani come “Golden Years” mostrano un Bowie ancora capace di hit, mentre la title track è un viaggio ipnotico e inquieto, simbolo di un uomo in bilico.Sul piano personale, questo è uno dei momenti più oscuri. Bowie stesso ammetterà in seguito di ricordare poco di quegli anni, consumati tra eccessi, isolamento e una crescente sensazione di perdita di controllo. Il Thin White Duke non è solo un personaggio artistico, ma una corazza emotiva, una distanza necessaria dal caos interiore.
Alla fine del 1976 Bowie comprende che, se vuole sopravvivere, deve allontanarsi da tutto ciò che lo sta distruggendo. L’America, che gli ha dato successo e visibilità, rischia di annientarlo. La soluzione è drastica: lasciare tutto e ricominciare altrove.
La prossima destinazione sarà Berlino. Lì Bowie non cercherà il successo, ma la salvezza.
6. Berlino e la rinascita creativa (1977–1979)
Alla fine del 1976 David Bowie fugge dall’America come si fugge da se stessi. Los Angeles, con il suo successo e i suoi eccessi, è diventata una trappola. Bowie sceglie Berlino Ovest, una città divisa, periferica, lontana dal glamour e dai riflettori. È un luogo sospeso, ferito, ideale per chi ha bisogno di sparire per ritrovarsi.Qui Bowie conduce una vita volutamente semplice. Condivide un appartamento, cammina per la città, frequenta pochi locali, osserva. È un periodo di recupero personale, ma anche di straordinaria fertilità creativa. Insieme a Brian Eno, inizia a sperimentare nuovi linguaggi sonori, abbandonando definitivamente l’idea di dover piacere a tutti.
Il primo frutto di questo periodo è Low (1977). L’album sorprende per la sua struttura spezzata: da un lato canzoni brevi e frammentate, dall’altro lunghe composizioni strumentali. È musica introspettiva, minimale, influenzata dall’elettronica e dalla musica ambient. Non è immediatamente accessibile, ma segna una svolta definitiva. Bowie non sta cercando hit: sta ricostruendo se stesso.Nello stesso anno pubblica “Heroes”. Se Low è introverso, “Heroes” è emotivo, potente. Il brano omonimo nasce osservando due amanti che si baciano vicino al Muro di Berlino. È una canzone semplice e gigantesca allo stesso tempo, destinata a diventare uno dei suoi inni più universali. Il disco prosegue la ricerca sonora iniziata con Low, ma con una tensione più epica.
Nel 1979 esce Lodger, il capitolo conclusivo della cosiddetta Trilogia berlinese. È un album più instabile, irrequieto, influenzato dalla world music e da ritmi inconsueti. Bowie appare ormai lontano anni luce dal glam rock degli esordi. È un artista che viaggia, assimila, trasforma.Parallelamente, anche la vita personale trova un nuovo equilibrio. Bowie si allontana dagli eccessi, recupera lucidità, ridefinisce il proprio rapporto con la fama. Berlino non è solo un luogo fisico, ma uno spazio mentale in cui Bowie impara di nuovo a respirare.
Alla fine degli anni Settanta Bowie è profondamente cambiato. Ha rinunciato alla sicurezza commerciale per seguire una necessità artistica più autentica. È una scelta rischiosa, ma fondamentale. Da Berlino uscirà un Bowie più consapevole, pronto a rientrare nel mondo con una nuova forza.
Il prossimo capitolo lo vedrà tornare al centro della scena, trasformando ancora una volta la sua arte e raggiungendo il successo più grande della sua carriera.
7. Gli anni Ottanta e la consacrazione mondiale (1980–1987)
All’inizio degli anni Ottanta David Bowie rientra lentamente nel cuore del mainstream, ma lo fa alle sue condizioni. Dopo la parentesi berlinese non è più un artista in fuga: è un uomo che ha ritrovato equilibrio e controllo. Questo si riflette subito in "Scary Monsters (and Super Creeps)" del 1980, un album che funziona come ponte tra sperimentazione e pop. Brani come “Ashes to Ashes” riportano in scena Major Tom, ma in una versione disillusa, quasi ironica. Bowie guarda al suo passato e lo riscrive con lucidità.
È in questo periodo che avviene uno degli incontri più iconici della storia della musica. Nel 1981 Bowie entra in studio con i Queen, e in particolare con Freddie Mercury, per una sessione che doveva essere informale e che invece genera “Under Pressure”. Il brano nasce quasi per caso, tra improvvisazioni, tensioni creative e rispetto reciproco. La voce di Bowie e quella di Mercury si rincorrono, si scontrano, si completano. Il risultato è una canzone potentissima, destinata a diventare un classico assoluto. L’incontro tra due icone così diverse ma affini rappresenta uno dei momenti più alti del pop-rock degli anni Ottanta.Sul piano personale, Bowie vive questo periodo con maggiore serenità. Ha imparato a dosare l’esposizione mediatica, a non farsi travolgere dal personaggio. Ma è nel 1983 che decide consapevolmente di puntare al successo globale. "Let’s Dance", prodotto da Nile Rodgers, segna una svolta netta. Bowie abbraccia un pop elegante, ballabile, perfetto per l’era di MTV. “Let’s Dance”, “China Girl” e “Modern Love” lo rendono una superstar planetaria.
Il successo è enorme. Il Serious Moonlight Tour porta Bowie negli stadi di tutto il mondo. È il momento in cui diventa, a tutti gli effetti, un’icona pop riconosciuta anche dal pubblico più generalista. Ma dietro l’immagine scintillante, Bowie inizia a percepire un rischio: quello di diventare una versione semplificata di se stesso.
Nei dischi successivi, "Tonight" (1984) e "Never Let Me Down" (1987), il peso del successo si fa sentire. Pur contenendo brani noti e collaborazioni importanti, Bowie stesso li considererà in seguito lavori meno riusciti, troppo legati alle aspettative del mercato. Anche la vita privata attraversa una fase di assestamento: Bowie è più stabile, ma artisticamente inquieto. Sa che qualcosa deve cambiare di nuovo.A metà degli anni Ottanta, Bowie è una star mondiale, amato dal grande pubblico, celebrato dai media. Ma dentro di sé cresce il bisogno di rompere ancora una volta lo schema. Il ciclo del pop patinato sta per chiudersi.
Il prossimo passo sarà radicale: rinunciare allo status di icona solista per tornare a suonare in una band, mettendo da parte il mito per cercare di nuovo la verità.
8. Tin Machine, gli anni Novanta e il bisogno di sparire (1988–1999)
Alla fine degli anni Ottanta David Bowie compie una scelta che sorprende tutti. Nel momento in cui potrebbe continuare a vivere di rendita come icona pop globale, decide di smontare deliberatamente il proprio mito. Nasce così Tin Machine, una band vera e propria, senza gerarchie evidenti, in cui Bowie rinuncia al ruolo di leader assoluto. Tin Machine pubblica due album, "Tin Machine" (1989) e "Tin Machine II "(1991). Il suono è ruvido, diretto, influenzato dal hard rock e dal proto-grunge. Bowie canta meno per sedurre e più per liberarsi. È una fase controversa, spesso fraintesa, ma fondamentale: Bowie ha bisogno di azzerare tutto per non restare prigioniero della propria immagine.Parallelamente, anche la sua vita privata cambia profondamente. Nel 1992 sposa Iman, modella e imprenditrice. È un’unione che segna una svolta emotiva decisiva. Bowie trova una stabilità affettiva che non aveva mai conosciuto prima. Lontano dai riflettori e dagli eccessi del passato, costruisce finalmente una dimensione familiare autentica.
Chiusa l’esperienza dei Tin Machine, Bowie torna alla carriera solista con una nuova consapevolezza. "Black Tie White Noise!" (1993) è un disco intimo e riflessivo, influenzato dal soul e dall’elettronica, che racconta il matrimonio, la maturità e il superamento dei fantasmi personali. Nello stesso periodo, Bowie guarda con curiosità alla scena elettronica emergente.Con "Outside" (1995) abbraccia sonorità industrial, costruendo un album-concept oscuro, frammentato, narrativo. È un Bowie sperimentale, disturbante, che dialoga con la modernità senza cercare l’approvazione del pubblico. Segue "Earthling" (1997), un disco impregnato di drum and bass, ritmi frenetici e tensione urbana. Bowie dimostra ancora una volta di non inseguire le mode, ma di abitarle.
Nel 1999 pubblica "Hours…", un lavoro più introspettivo e malinconico. I testi parlano di tempo che passa, di bilanci, di identità. Bowie non è più l’alieno del glam né la popstar degli stadi: è un uomo adulto che osserva il proprio percorso con lucidità.
Gli anni Novanta raccontano un Bowie che accetta l’invecchiamento senza nostalgia, che cambia pelle senza chiedere permesso. È un artista che preferisce rischiare l’incomprensione piuttosto che ripetersi.
Il nuovo millennio lo vedrà ancora in trasformazione, ma questa volta il cambiamento sarà più silenzioso, più umano e profondamente legato al tema della fragilità.
9. Gli ultimi anni, il silenzio e l’addio (2000–2016)
All’inizio degli anni Duemila David Bowie è un uomo diverso da quello che il mondo ha conosciuto per decenni. Non sente più il bisogno di dimostrare nulla. Heathen (2002) e Reality (2003) mostrano un artista maturo, riflessivo, capace di guardare al presente con calma e profondità. I testi parlano di memoria, perdita, spiritualità, tempo che scorre. Non c’è nostalgia, ma consapevolezza.
Nel 2004, durante il "Reality Tour", Bowie subisce un grave problema di salute. È un momento spartiacque. Dopo quell’episodio, sceglie volontariamente di ritirarsi dalla scena pubblica. Per quasi dieci anni Bowie scompare. Niente tour, poche apparizioni, nessuna spiegazione. Vive a New York, si dedica alla famiglia, cresce la figlia Alexandria, conduce una vita normale, lontana dall’industria musicale.Il silenzio alimenta il mito, ma per Bowie è semplicemente una necessità umana. Scrive, legge, osserva. E soprattutto prepara, senza dirlo a nessuno, il suo ritorno.
Nel 2013, a sorpresa, pubblica "The Next Day". È un album potente, elegante, carico di riferimenti al passato ma con lo sguardo fisso sul presente. Bowie non torna come una leggenda nostalgica, ma come un artista ancora lucidissimo. La copertina, che rielabora “Heroes”, è un manifesto: il passato c’è, ma non domina più.
Negli ultimi anni Bowie affronta una malattia che tiene rigorosamente privata. Non ne parla, non cerca compassione. In silenzio lavora al suo testamento artistico. Il 2016 vede l’uscita di "Blackstar", pubblicato il giorno del suo sessantanovesimo compleanno. È un disco enigmatico, sperimentale, oscuro, profondamente consapevole della fine. Ogni brano è un indizio, ogni immagine un messaggio.Due giorni dopo l’uscita di "Blackstar", il 10 gennaio 2016, David Bowie muore a New York. Il mondo scopre solo allora che quell’album era un addio lucido e poetico, un ultimo atto creativo trasformato in arte pura. Bowie non ha mai smesso di controllare la propria narrazione, nemmeno nella morte.
David Bowie non è stato solo un musicista. È stato un linguaggio, una visione, una possibilità. Ha raccontato il cambiamento come destino, l’identità come viaggio, l’arte come atto di coraggio. Dalla nascita alla fine, ha vissuto come ha sempre creato: anticipando il tempo, senza mai appartenergli del tutto.
David Bowie non se n’è mai andato davvero. Ha solo cambiato forma, come ha fatto per tutta la vita. È rimasto nelle canzoni che parlano di identità, di solitudine, di coraggio, di rinascita. È rimasto in chi ha trovato rifugio nella sua musica quando sentirsi “diversi” faceva paura. È rimasto nell’idea che l’arte non debba rassicurare, ma aprire porte.
Bowie ha trasformato la fine in un atto creativo, il silenzio in un messaggio, l’addio in un’opera d’arte. E anche quando le luci si sono spente, ha scelto lui come farlo: guardando il futuro un’ultima volta, con eleganza e lucidità.
Perché David Bowie è stato questo più di ogni altra cosa: la dimostrazione che si può essere eroi, anche solo per un giorno.
“We can be heroes, just for one day.”
















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