"Graceland": il viaggio musicale di Paul Simon che ha unito due continenti
Ci sono album che raccontano una storia. Altri che fotografano un'epoca. E poi ci sono dischi come Graceland, capaci di abbattere confini geografici, culturali e musicali, trasformando un semplice insieme di canzoni in un autentico ponte tra mondi apparentemente lontani.
Quando Paul Simon pubblicò "Graceland" il 25 agosto 1986, attraversava uno dei momenti più complessi della sua carriera. Dopo il tiepido successo del precedente "Hearts and Bones", molti ritenevano che l'autore di "The Sound of Silence" avesse ormai espresso il meglio della propria creatività. Ma proprio quando tutto sembrava suggerire un inevitabile declino artistico, Simon intraprese un viaggio destinato a cambiare non solo il suo percorso musicale, ma anche il modo in cui il pubblico occidentale avrebbe guardato alla musica africana.
Nato dall'incontro con straordinari musicisti sudafricani e alimentato dalla curiosità di esplorare nuove sonorità, Graceland è un album che celebra il dialogo tra culture diverse. Folk, pop, rock, mbaqanga, isicathamiya e rhythm & blues si intrecciano con una naturalezza sorprendente, dando vita a un'opera che ancora oggi conserva intatta la propria freschezza. Ogni brano sembra una tappa di un viaggio fatto di incontri, emozioni e paesaggi sonori che attraversano oceani senza perdere mai il proprio equilibrio.
Il pubblico accolse questo progetto con entusiasmo. "Graceland "superò i 16 milioni di copie vendute nel mondo, diventando il disco di maggior successo della carriera solista di Paul Simon e uno degli album più influenti degli anni Ottanta. Nel 1987 conquistò il Grammy Award come Album of the Year, oltre al premio per la Best Male Pop Vocal Performance, consacrando definitivamente il valore artistico di un'opera tanto coraggiosa quanto innovativa.
Negli anni successivi il suo prestigio non ha fatto che crescere. L'album è stato inserito nel National Recording Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti per il suo valore storico, culturale ed estetico, mentre la rivista Rolling Stone lo ha incluso nella propria classifica dei migliori album di sempre, riconoscendone l'enorme impatto sulla storia della musica contemporanea.
Ma ridurre "Graceland" a un elenco di premi significherebbe non coglierne la vera essenza.
Questo disco è il racconto di un uomo che decide di mettersi in discussione, di ascoltare prima ancora di essere ascoltato e di lasciarsi guidare dalla musica oltre ogni barriera politica e culturale. È un viaggio che parte dalle strade del Sudafrica e arriva nelle case di milioni di persone in tutto il mondo, ricordandoci che le note possono unire ciò che la storia spesso divide.
Ancora oggi, a quasi quarant'anni dalla sua pubblicazione, Graceland continua a emozionare con la stessa forza del primo ascolto. Perché certe opere non appartengono a un'epoca precisa: appartengono a chiunque sia disposto a lasciarsi trasportare dalla musica, senza pregiudizi e senza confini.
L'Album
Un viaggio oltre i confini: la nascita di "Graceland" tra musica e storia
Per comprendere davvero la grandezza di "Graceland" bisogna fare un passo indietro e tornare alla metà degli anni Ottanta, in un periodo in cui il mondo era attraversato da profonde tensioni politiche e sociali. Mentre la musica pop conquistava le classifiche con sintetizzatori, batterie elettroniche e videoclip sempre più spettacolari, dall'altra parte del pianeta il Sudafrica viveva una delle pagine più difficili della sua storia.
Il Paese era ancora oppresso dal regime dell'apartheid, il sistema di segregazione razziale introdotto nel 1948 dal governo della minoranza bianca. La popolazione nera era privata di numerosi diritti civili, relegata in aree specifiche e sottoposta a rigide limitazioni nella vita quotidiana. Per esercitare pressione sul governo sudafricano, la comunità internazionale aveva promosso sanzioni economiche e un forte boicottaggio culturale, invitando artisti e personalità pubbliche a non esibirsi né a collaborare con istituzioni del Paese fino alla fine del regime.
Fu proprio in questo scenario che iniziò uno dei viaggi musicali più affascinanti della storia del pop.
Dopo il tiepido successo di "Hearts and Bones" (1983), Paul Simon stava attraversando un momento di profonda riflessione artistica. Sentiva il bisogno di allontanarsi dalle formule che avevano caratterizzato la sua carriera e di riscoprire il piacere della sperimentazione. La scintilla arrivò quasi per caso, quando ascoltò una cassetta contenente registrazioni di mbaqanga, un genere popolare sudafricano caratterizzato da ritmi trascinanti, linee di basso pulsanti e intrecci chitarristici dal forte impatto melodico.
Quelle sonorità lo conquistarono immediatamente.
Non era soltanto una questione di ritmo. Simon percepì una musicalità diversa, fondata sul dialogo continuo tra gli strumenti, sulla coralità e su un senso del groove capace di raccontare emozioni senza bisogno di parole. Affascinato da quel linguaggio, nel febbraio del 1985 decise di partire per Johannesburg, con l'obiettivo di registrare insieme ad alcuni dei migliori musicisti sudafricani.
Una scelta coraggiosa, ma destinata a suscitare un acceso dibattito.
Molti criticarono la sua decisione, sostenendo che il viaggio violasse il boicottaggio culturale contro il regime dell'apartheid. Paul Simon spiegò invece di non aver collaborato con il governo sudafricano né con istituzioni ufficiali, ma esclusivamente con musicisti neri, riconoscendone il talento e offrendo loro una straordinaria opportunità di visibilità internazionale. Una posizione che divise l'opinione pubblica e che ancora oggi accompagna il racconto della nascita di "Graceland".
Al di là delle polemiche, ciò che accadde negli studi di registrazione di Johannesburg fu qualcosa di straordinario.
Paul Simon si trovò immerso in un universo musicale ricchissimo, circondato da artisti destinati a lasciare un segno profondo nell'identità dell'album. Tra questi spiccano il chitarrista Ray Phiri, il bassista Bakithi Kumalo, il gruppo vocale Ladysmith Black Mambazo, guidato da Joseph Shabalala, il chitarrista General M.D. Shirinda, il fisarmonicista Forere Motloheloa e numerosi altri musicisti provenienti dalla vivace scena sudafricana.
La cosa più sorprendente fu il metodo di lavoro.
Invece di presentare canzoni già complete, Simon preferì ascoltare. Le sessioni iniziarono spesso con lunghe improvvisazioni collettive, durante le quali i musicisti costruivano groove, melodie e intrecci ritmici. Solo in un secondo momento il cantautore americano sviluppava i testi e le linee vocali, lasciandosi ispirare dall'energia nata spontaneamente in studio.
Era un processo creativo completamente diverso rispetto alla tradizione del songwriting occidentale, nella quale la composizione precede quasi sempre l'arrangiamento. In "Graceland" avvenne l'esatto contrario: furono le idee musicali a suggerire le parole.
Questa scelta conferisce ancora oggi all'album una straordinaria sensazione di spontaneità. Ogni brano sembra respirare, evolversi naturalmente, come se l'ascoltatore fosse presente durante quelle memorabili sessioni di registrazione.
Terminato il lavoro in Sudafrica, il progetto proseguì negli Stati Uniti con nuove collaborazioni. Simon coinvolse musicisti come i Los Lobos, il violinista e cantante zydeco Rockin' Dopsie, il chitarrista Adrian Belew e Linda Ronstadt, ampliando ulteriormente la tavolozza sonora dell'album. Il risultato fu una fusione perfettamente equilibrata tra musica africana, folk americano, rock, zydeco e pop contemporaneo, senza che nessuna di queste anime prevalesse sulle altre.
Quando "Graceland" arrivò nei negozi il 25 agosto 1986, il dibattito politico era ancora acceso. Tuttavia bastarono pochi ascolti perché fosse evidente che quell'opera andava ben oltre le controversie.
"Graceland" dimostrava come la musica potesse abbattere barriere culturali e geografiche senza annullare le identità di chi la crea. Al contrario, le valorizzava, trasformando ogni differenza in una ricchezza condivisa. È proprio questa la sua eredità più preziosa: aver dimostrato che il dialogo tra culture diverse può dare vita a qualcosa di universale, capace di emozionare generazioni di ascoltatori in ogni parte del mondo.
Un linguaggio universale: le sonorità e i temi di "Graceland"
Se il contesto storico racconta come "Graceland" sia nato, è la musica a spiegare perché questo album continua ancora oggi a essere considerato un capolavoro senza tempo. Paul Simon non si limitò infatti a inserire strumenti africani all'interno del proprio repertorio: scelse di costruire un linguaggio completamente nuovo, nel quale tradizioni musicali provenienti da continenti diversi convivono con sorprendente naturalezza.
Il cuore pulsante dell'album è il mbaqanga, genere nato nelle township sudafricane negli anni Sessanta. Le sue linee di basso elastiche, le chitarre intrecciate e i ritmi incalzanti diventano la base sulla quale Simon costruisce melodie pop immediatamente riconoscibili. A queste influenze si affiancano l'isicathamiya, lo stile corale reso celebre dai Ladysmith Black Mambazo, il folk americano, il rock, il rhythm & blues, il zydeco della Louisiana e persino richiami alla musica cajun.
Il risultato non è una semplice fusione di generi, ma un dialogo autentico tra culture. Ogni elemento mantiene la propria identità, contribuendo a creare un equilibrio sonoro che ancora oggi appare sorprendentemente moderno.
Uno degli aspetti più affascinanti di "Graceland" è proprio la costruzione melodica. Le canzoni sembrano muoversi con leggerezza, ma dietro quella naturalezza si nasconde un lavoro compositivo estremamente raffinato. Le linee vocali di Paul Simon non cercano mai di dominare gli arrangiamenti: si intrecciano con gli strumenti, seguono il ritmo delle chitarre e dialogano continuamente con le armonie vocali, diventando esse stesse parte dell'orchestra.
Brani come "The Boy in the Bubble" colpiscono fin dalle prime battute grazie a un ritmo ipnotico e a un'energia quasi cinematografica, mentre "Diamonds on the Soles of Her Shoes" alterna momenti di grande delicatezza a esplosioni corali che trasformano la voce in uno strumento collettivo. In "You Can Call Me Al", invece, la leggerezza del groove nasconde una struttura musicale ricca di dettagli, impreziosita dal celebre assolo di basso eseguito da Bakithi Kumalo, diventato uno dei passaggi più iconici dell'intero album.
La title track, "Graceland", rappresenta probabilmente il cuore emotivo del disco. Il viaggio verso la celebre residenza di Elvis Presley diventa una metafora della ricerca di sé stessi, della necessità di lasciarsi alle spalle il dolore e di trovare un nuovo equilibrio. È una canzone che parla di rinascita, ma lo fa senza retorica, affidandosi alla forza evocativa delle immagini e alla delicatezza della musica.
Dal punto di vista dei testi, Paul Simon sceglie un approccio profondamente narrativo. Le sue canzoni non offrono risposte definitive, ma invitano l'ascoltatore a interpretare simboli, paesaggi e incontri. Il viaggio è il filo conduttore dell'intero album: un viaggio fisico attraverso il Sudafrica, ma soprattutto un percorso interiore fatto di dubbi, cambiamenti e nuove consapevolezze.
In "The Boy in the Bubble" convivono speranza e inquietudine. Simon osserva un mondo attraversato da grandi innovazioni tecnologiche e scientifiche, ma allo stesso tempo segnato da profonde contraddizioni sociali. La modernità appare come una promessa affascinante, ma anche come una fonte di incertezza, in un equilibrio fragile tra progresso e fragilità umana.
Con "Homeless", realizzato insieme ai Ladysmith Black Mambazo, l'album raggiunge uno dei suoi momenti più intensi. Le armonie vocali, costruite secondo la tradizione dell'isicathamiya, trasmettono un senso di spiritualità e appartenenza che supera qualsiasi barriera linguistica. Anche chi non comprende ogni parola percepisce chiaramente il valore emotivo del brano, dimostrando come la musica possa comunicare ben oltre il significato letterale dei testi.
L'amore, la memoria, la ricerca della felicità e il desiderio di riconciliazione attraversano l'intero disco senza mai diventare temi espliciti o didascalici. Simon preferisce raccontare piccole storie, frammenti di vita quotidiana e immagini sospese, lasciando che sia l'ascoltatore a completarne il significato.
Forse è proprio questa la forza di "Graceland". Pur essendo profondamente legato a un preciso momento storico, non si lascia imprigionare dal tempo. Le sue canzoni parlano di incontri tra persone, di identità che si trasformano e della capacità della musica di costruire ponti laddove la politica spesso innalza muri.
A quasi quarant'anni dalla sua pubblicazione, l'album continua a suonare incredibilmente attuale. Le sue melodie conservano una freschezza rara, gli arrangiamenti non mostrano il peso degli anni e il dialogo tra culture che Paul Simon immaginò nel 1986 appare oggi più significativo che mai. "Graceland" non è soltanto un capolavoro del pop: è la dimostrazione che le differenze, quando si incontrano con rispetto e curiosità, possono trasformarsi nella più straordinaria delle armonie.
I singoli estratti da "Graceland"
Uno dei grandi punti di forza di "Graceland" è la capacità di offrire brani molto diversi tra loro, ma uniti da una sorprendente coerenza artistica. I singoli scelti per promuovere l'album rappresentano perfettamente le sue diverse anime: dalla sperimentazione sonora alla riflessione personale, passando per melodie irresistibili e contaminazioni culturali che hanno contribuito a ridefinire il concetto stesso di musica pop.
"The Boy in the Bubble"
Pubblicato come primo singolo in Europa e in altri mercati internazionali, "The Boy in the Bubble" rappresenta il manifesto musicale dell'intero album. Fin dalle prime battute, il suono della fisarmonica sudafricana, le chitarre intrecciate e il ritmo incalzante introducono l'ascoltatore in un universo sonoro completamente nuovo rispetto alla produzione precedente di Paul Simon.
Il testo alterna immagini di progresso tecnologico e di fragilità umana, descrivendo un mondo in continuo cambiamento. Pur affrontando temi complessi, il brano mantiene un'energia contagiosa che riflette perfettamente lo spirito innovativo di "Graceland". È una canzone che apre simbolicamente le porte a un viaggio musicale destinato a superare ogni confine geografico e culturale.
"Graceland"
La title track rappresenta il cuore emotivo dell'album.
Attraverso il viaggio verso la celebre dimora di Elvis Presley a Memphis, Paul Simon racconta un percorso di rinascita personale dopo la fine di una relazione. Il viaggio fisico diventa così una metafora della ricerca di equilibrio, della capacità di lasciarsi alle spalle il dolore e di trovare una nuova serenità.
L'arrangiamento fonde con naturalezza folk americano, country e ritmi africani, dando vita a una delle composizioni più eleganti dell'intero disco. La melodia scorre con apparente semplicità, sostenuta da un accompagnamento raffinato che valorizza ogni sfumatura della voce di Simon.
Pubblicata come secondo singolo nel Regno Unito, la canzone contribuì a consolidare il prestigio internazionale dell'album, diventando uno dei brani più rappresentativi della carriera del cantautore americano.
"You Can Call Me Al"
Tra tutti i brani di "Graceland", "You Can Call Me Al" è quello che ha raggiunto la maggiore popolarità internazionale.
Il suo ritmo trascinante, gli arrangiamenti ricchi di energia e il celebre assolo di basso eseguito da Bakithi Kumalo hanno reso questa canzone uno dei simboli della musica pop degli anni Ottanta. Dietro la sua apparente leggerezza si cela però una riflessione sulla crisi d'identità e sulle domande che accompagnano la maturità, raccontata con il consueto stile ironico e surreale di Paul Simon.
Determinante per il successo del brano fu anche il videoclip diretto da Gary Weis, nel quale Simon divide la scena con l'attore Chevy Chase. Il gioco di contrasti tra la comicità dell'attore e l'atteggiamento impassibile del musicista trasformò il video in uno dei più celebri dell'epoca, contribuendo alla diffusione mondiale della canzone.
Ancora oggi "You Can Call Me Al" è il brano più identificativo dell'intero album e uno dei momenti imprescindibili dei concerti di Paul Simon.
"Diamonds on the Soles of Her Shoes"
Con "Diamonds on the Soles of Her Shoes" emerge in tutta la sua forza il dialogo tra la tradizione musicale africana e il songwriting occidentale.
L'introduzione affidata alle armonie dei Ladysmith Black Mambazo è tra le più suggestive dell'intero album e prepara l'ingresso di un arrangiamento ricco di ritmo, colori e sfumature melodiche. Le voci del celebre gruppo sudafricano non svolgono un semplice ruolo di accompagnamento, ma diventano protagoniste insieme a Paul Simon, creando un equilibrio perfetto tra due mondi musicali.
Il testo racconta una figura femminile sospesa tra lusso e semplicità, utilizzando immagini evocative che lasciano spazio a molteplici interpretazioni. Come accade spesso nelle composizioni di Simon, il significato non viene mai imposto all'ascoltatore, ma suggerito attraverso simboli e dettagli apparentemente quotidiani.
Pubblicato come quarto e ultimo singolo dell'album, il brano confermò ancora una volta la straordinaria ricchezza artistica di "Graceland".
Quattro singoli, un'unica identità
Pur possedendo caratteristiche molto diverse tra loro, i quattro singoli condividono una visione artistica comune. "The Boy in the Bubble" introduce il nuovo linguaggio musicale dell'album; "Graceland" ne rappresenta l'anima più intima e riflessiva; "You Can Call Me Al" conquista con il suo equilibrio tra leggerezza e profondità, mentre "Diamonds on the Soles of Her Shoes" celebra nel modo più evidente l'incontro tra la cultura musicale africana e quella occidentale.
Ognuno di questi brani racconta un frammento del viaggio immaginato da Paul Simon, ma è soltanto ascoltandoli insieme che emerge la vera grandezza del progetto. "Graceland" non è una semplice raccolta di canzoni di successo: è un'opera concepita come un percorso unitario, nel quale ogni singolo rappresenta una tappa indispensabile di un viaggio musicale destinato a lasciare un segno indelebile nella storia della musica contemporanea.
🎙️ Curiosità su "Graceland"
Dietro la straordinaria bellezza di "Graceland" si nascondono numerosi episodi che hanno contribuito a renderlo uno degli album più affascinanti della storia della musica. Alcuni riguardano il processo creativo, altri le polemiche che accompagnarono la sua pubblicazione, altri ancora raccontano piccoli dettagli che nel tempo sono diventati parte della leggenda del disco.
📼 Un progetto nato da una semplice audiocassetta
L'idea di realizzare "Graceland" nacque quasi per caso. Durante un periodo di blocco creativo, Paul Simon ricevette una cassetta contenente registrazioni del gruppo strumentale sudafricano The Boyoyo Boys. Rimase immediatamente colpito dal ritmo del mbaqanga e dall'energia di quelle esecuzioni, tanto da decidere di recarsi personalmente in Sudafrica per conoscere i musicisti che avevano dato vita a quel suono così diverso da qualsiasi altra cosa avesse ascoltato fino a quel momento.
Quell'ascolto cambiò completamente la direzione artistica dell'album e diede il via a uno dei progetti più ambiziosi della sua carriera.
🌍 Le polemiche legate all'apartheid
Il viaggio di Paul Simon in Sudafrica suscitò forti controversie.
Nel 1985 era infatti in vigore il boicottaggio culturale promosso dalle Nazioni Unite contro il regime dell'apartheid. Alcuni artisti e organizzazioni accusarono Simon di aver violato quello spirito di protesta, mentre altri sottolinearono come il suo lavoro avesse dato visibilità internazionale a musicisti neri spesso esclusi dal mercato discografico mondiale.
Lo stesso Simon spiegò più volte di non aver collaborato con il governo sudafricano né di essersi esibito davanti a un pubblico segregato, ma di aver lavorato esclusivamente con artisti locali, riconoscendone pienamente il talento e i diritti d'autore.
Con il passare degli anni, il valore culturale di quella scelta è stato rivalutato da molti osservatori, che hanno riconosciuto il contributo dell'album alla diffusione internazionale della musica sudafricana.
🎼 Un metodo di lavoro completamente nuovo
Una delle caratteristiche più innovative di "Graceland" riguarda il suo processo creativo.
Paul Simon non arrivò in studio con canzoni già scritte. Preferì registrare lunghe sessioni di improvvisazione insieme ai musicisti sudafricani, lasciando che fossero il ritmo, le armonie e gli intrecci strumentali a suggerire la forma definitiva dei brani.
Solo una volta rientrato negli Stati Uniti iniziò a scrivere i testi e le melodie vocali sulle basi registrate durante quelle sessioni.
Questo approccio, insolito per un cantautore della sua esperienza, contribuì a rendere l'album incredibilmente spontaneo, vivo e ricco di energia.
🎸 Il celebre assolo di basso di "You Can Call Me Al"
Uno dei momenti più iconici dell'intero album è senza dubbio l'assolo di basso presente in "You Can Call Me Al".
A renderlo così memorabile non è soltanto la straordinaria tecnica del bassista Bakithi Kumalo, ma anche un ingegnoso espediente utilizzato in fase di produzione. La seconda parte dell'assolo fu ottenuta invertendo una registrazione della prima esecuzione, creando un effetto sonoro originale e sorprendentemente fluido.
Ancora oggi quel breve passaggio è considerato uno degli assoli di basso più riconoscibili della musica pop degli anni Ottanta.
🎬 Il videoclip con Chevy Chase
Quando venne realizzato il videoclip di "You Can Call Me Al", il protagonista avrebbe dovuto essere Paul Simon.
L'idea cambiò durante la produzione e il ruolo principale fu affidato all'attore Chevy Chase, mentre Simon rimase volutamente in secondo piano per gran parte del video.
Il contrasto tra la comicità irriverente di Chase e l'espressione impassibile del cantautore diede vita a uno dei videoclip più divertenti e memorabili degli anni Ottanta, contribuendo in modo significativo al successo mondiale del brano.
🎤 L'incontro con i Ladysmith Black Mambazo
Prima della pubblicazione di "Graceland", i Ladysmith Black Mambazo erano già una realtà affermata in Sudafrica, ma poco conosciuta nel resto del mondo.
La collaborazione con Paul Simon cambiò radicalmente il loro percorso artistico. Grazie all'album e al successivo tour internazionale, il gruppo portò lo stile vocale isicathamiya davanti a milioni di ascoltatori, diventando uno dei principali ambasciatori della tradizione musicale sudafricana.
Negli anni successivi la formazione avrebbe conquistato numerosi Grammy Awards, consolidando il proprio prestigio a livello mondiale.
🏆 Un'eredità che va oltre la musica
L'influenza di "Graceland" continua ancora oggi.
L'album contribuì in maniera decisiva alla diffusione della world music presso il grande pubblico, dimostrando che tradizioni musicali profondamente diverse potevano convivere senza perdere la propria identità. Molti artisti hanno riconosciuto il disco come una fonte d'ispirazione per le successive sperimentazioni tra culture e generi differenti.
Nel 2007 "Graceland" è stato inserito nel National Recording Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, un riconoscimento riservato alle opere considerate di eccezionale valore storico, culturale ed estetico. Ancora oggi compare regolarmente nelle classifiche dei migliori album di sempre stilate dalle più autorevoli riviste musicali.
A quasi quarant'anni dalla sua pubblicazione, "Graceland" continua a essere molto più di un semplice disco di successo. È la dimostrazione che la curiosità, il rispetto e la voglia di conoscere culture diverse possono trasformarsi in un linguaggio universale capace di unire le persone attraverso la musica.
📀 Scheda tecnica di "Graceland"
- Titolo: "Graceland"
- Artista: Paul Simon
- Data di pubblicazione: 25 agosto 1986
- Etichetta discografica: Warner Bros. Records
- Produttore: Paul Simon
- Ingegnere del suono e co-produttore: Roy Halee
- Periodo di registrazione: Ottobre 1985 – giugno 1986
- Luoghi di registrazione: New York, Los Angeles, Louisiana e Johannesburg (Sudafrica)
- Genere: Pop • Folk Rock • Worldbeat • Mbaqanga • Folk • Rock
- Durata: 43 minuti e 28 secondi
- Numero di tracce: 11
- Singoli estratti: 4
- Copie vendute: oltre 16 milioni nel mondo
🎸 Musicisti principali
- Paul Simon – voce, chitarra acustica ed elettrica
- Ray Phiri – chitarra
- Bakithi Kumalo – basso
- General M.D. Shirinda – chitarra
- Ladysmith Black Mambazo – cori
- Joseph Shabalala – voce
- Linda Ronstadt – voce in "Under African Skies"
- Los Lobos – ospiti in "All Around the World or The Myth of Fingerprints"
- Adrian Belew – chitarra
- Rockin' Dopsie – fisarmonica
- Forere Motloheloa – fisarmonica
🎵 Singoli estratti
- "The Boy in the Bubble" (1986)
- "Graceland" (1986)
- "You Can Call Me Al" (1986)
- "Diamonds on the Soles of Her Shoes" (1987)
🏆 Riconoscimenti
- 🥇 Grammy Award 1987 – Album of the Year
- 🥇 Grammy Award 1987 – Best Male Pop Vocal Performance
- 🇺🇸 Inserito nel National Recording Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti (2007)
- 🎖 Inserito nella classifica dei 500 Greatest Albums of All Time di Rolling Stone
- 🌍 Considerato uno degli album che hanno contribuito maggiormente alla diffusione della world music nel panorama internazionale.
Tracklist
- "The Boy in the Bubble" 3:59
- "Graceland" 4:51
- "I Know What I Know" 3:13
- "Gumboots" 2:44
- "Diamonds on the Soles of Her Shoes" 5:51
- "You Can Call Me Al" 4:39
- "Under African Skies" 3:37
- "Homeless" 3:48
- "Crazy Love, Vol. II" 4:19
- "That Was Your Mother" 2:52
- "All Around the World or The Myth of Fingerprints" 3:16
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